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Cap 1

“E dai su muoviti!! Accidenti a te!! Il semaforo è verde, che aspetti a partire??” sbottò Audrie cominciando a suonare il clacson come un’isterica, contro la macchina ferma all’incrocio davanti a lei. Aveva una fretta indiavolata e non poteva arrivare in ritardo. Ma quello, o quella, davanti a lei non accennava a muoversi. Stava quasi per scendere dalla sua auto, furiosa come non mai, quando l’altra finalmente si mosse. A quel punto affondò con rabbia l’acceleratore con un colpo secco, invadendo l’altra corsia e continuando a inveire contro l’altro conducente mentre lo superava, e a riempirlo di improperi e di gesti che davvero non si addicevano ad una donna di classe come lei. Non vide neanche chi c’era al volante, sicuramente un incapace, pensò, e sfrecciò a razzo passando a pochi centimetri dalla fiancata dell’altra auto.
Aveva da poco passato i 45 ma il suo aspetto giovanile e il suo look sempre curato, la facevano sembrare una trentenne. E la cosa le faceva decisamente piacere. Adorava sentirsi al centro dell’attenzione in tutte le situazioni e sentirsi addosso gli sguardi della gente le dava dei brividi che la facevano sentire importante.
Imboccò l’uscita dell’autostrada quasi fosse la rampa di lancio dello Space Shuttle, dirigendosi verso il centro per raggiungere quanto prima la stazione della metropolitana. Avrebbe già dovuto essere lì, ma una serie di contrattempi le avevano fatto perdere talmente tanto tempo che ora, doveva sbrigarsi per non perdersi l’ora di punta in cui la maggior parte della gente tornava a casa. Era riuscita a staccare dal lavoro in anticipo rispetto agli altri giorni e questo le aveva dato un discreto vantaggio sugli altri lavoratori che invece stavano uscendo dagli uffici proprio mentre lei stava arrivando alla stazione. Sbucò sul corso principale dopo pochi minuti e subito venne avvolta dal traffico locale che a quell’ora stava diventando, per sua sfortuna, davvero caotico.
Temeva di non fare in tempo, mentre stringeva il volante con le mani sudate.
Si mise a superare contromano come una furia, invadendo la corsia di sinistra a dispetto dei segnali stradali e dei limiti di velocità. E proprio durante il sorpasso di un camion, ebbe la brutta sorpresa di vedere una pattuglia della polizia ferma dietro l’angolo di un palazzo. Rallentò per cercare di nascondersi dietro la sagoma enorme del mezzo pesante, ma appena superò la pattuglia, subito la sirena infranse i suoi sogni di essere riuscita a passare inosservata. Vide l’auto coi lampeggianti sbucare da dietro la sagoma del camion e dirigersi verso di lei. Le si affiancò mentre uno dei due agenti le faceva segno di rallentare e di accostare sulla destra.
Con un pugno sul volante dovette ubbidire.
Si fermò qualche decina di metri più avanti seguita come un’ombra dall’altra auto. I due poliziotti scesero e le andarono incontro.
”Patente e libretto per favore” chiese uno dei due, il più giovane. L’altro rimase un po’ indietro.
Audrie diede loro i documenti appoggiando il gomito sul finestrino aperto con il mento appoggiato sul palmo della mano.
“Signora qui siamo in città, e c’è il limite a 50 Km ora. E lei andava a più di 80. Non le sembra un po’ troppo?”
“Si lo so agente, ma ho un appuntamento che non posso perdere. Se arrivo tardi è la fine.”
“A volte è meglio arrivare tardi che rischiare di non arrivare affatto, non crede?” le rispose lui mentre scriveva il verbale.
“Ecco si, ora mettitici anche tu con la tua sviolinata” pensò tra sé mentre stringeva con la mano destra il volante fissando, seccata, un punto imprecisato davanti a lei.
“Ecco, firmi qui prego” disse l’agente porgendole il verbale.
Audrie sbuffò senza rispondere girandosi verso l’agente per porre la sua firma.
“Ecco fatto, ora può andare” aggiunse il ragazzo porgendole i documenti “e si ricordi di andare piano.”
“Che palle!!” mormorò ancora tra sé richiudendo il finestrino e sbuffando mentre la rabbia la stava facendo bollire come una pentola a pressione.
Ripartì con calma apparente e svoltò all’incrocio successivo. Mancavano ormai pochi isolati ma il tempo sembrava scorrere inesorabile. Guardò l‘orologio. Le sette e cinquanta. Aveva solo dieci minuti prima della partenza della metro. E doveva arrivare assolutamente prima che ciò accadesse, altrimenti i suoi piani sarebbero andati in fumo. Arrivò all’ultimo incrocio sperando di trovare il semaforo verde, ma appena lo vide ad una decina di metri davanti a lei, la luce divenne gialla e poi rossa.
“Accidenti pure a te, che diavolo!!!” gridò da sola dentro l’auto, sbattendo di nuovo il pugno sul volante che le rispose con un suono sordo attutito dall’imbottitura di gomma che lo rivestiva.
E si dovette fermare di nuovo in attesa del verde.
Ripartì sgommando appena la luce diventò verde e svoltò all’ultimo incrocio, trovandosi proprio nel piazzale antistante la stazione della metropolitana. Si diresse di corsa al parcheggio e trovò un posto libero, l’ultimo rimasto.
Scese dalla macchina di corsa, dirigendosi a passo svelto verso la scalinata che scendeva ai binari della metro. A quell’ora il piazzale era un vero via vai di gente. Tutti di corsa. Tutti che avevano da poco lasciato gli uffici per correre a casa e per passare la serata in famiglia. Tutti tranne lei, che voleva approfittare proprio di quel momento per realizzare il progetto che aveva in mente.
Arrivò all’inizio della rampa e già da fuori il vocio che sentiva dava un’idea della calca di gente che avrebbe trovato all’interno. Ma per lei era meglio così.
Più gente c’era e meglio era.
Diceva sempre che “nel torbido ci si confonde meglio” e confondersi era proprio quello che voleva.
Per poter agire meglio.
Raggiunse i cancelli della biglietteria e cominciò a guardarsi intorno. C’era gente davvero di tutti i tipi e di tutte le razze. Quella sera la metro sembrava davvero un porto di mare. Una coppia si stava piacevolmente sbaciucchiando dietro il distributore automatico di biglietti, mentre una mamma stava trascinando per un braccio il proprio figlio che non ne voleva sapere di salire sul treno. Dalla parte opposta invece, alcuni ragazzi si stavano allontanando abbastanza imbarazzati dall’edicola, con delle riviste sotto braccio. Sicuramente riviste pornografiche, pensò sorridendo.
E proprio mentre li osservava, l’occhio le andò per caso su una dona ferma proprio davanti all’edicola, nascosta fino ad un attimo prima dagli stessi ragazzi che si erano appena allontanati, e che ora stavano correndo verso il treno.
La vide in un attimo e capì subito che era quella la persona giusta per lei.
Si fermò a guardarla. A studiarla. A carpire ogni suo movimento prima di entrare in azione.
La donna era voltata di spalle, intenta a sfogliare una rivista dal giornalaio prima di decidersi se comprarla o no. A vederla da dietro doveva avere circa 40 anni, quasi la sua stessa età, ma con una corporatura molto più tozza e robusta, e non magra e longilinea come la sua. Indossava una camicetta color crema su un paio di blue jeans sdruciti, con una borsa sportiva aperta nella quale infilò la rivista che aveva in mano, prendendo quindi il portafoglio per pagare. Audrie le si avvicinò a passo lento, da dietro, come un giaguaro pronto a balzare sulla preda. Tenendo d’occhio la borsa e il portafoglio che la donna aveva in mano. Avanzava come un automa, con gli occhi fissi sulla donna e su ogni suo minimo movimento.
Ma soprattutto fissi sul suo portafoglio.
La raggiunse e le si mise di fianco, proprio dal lato della borsa, e mentre questa riponeva il portafoglio all’ interno, lei, con una mossa degna di Arsenio Lupin, la precedette infilando la mano all’interno e lasciando che la donna facesse cadere il portafoglio proprio sulla sua mano aperta. Lo afferrò stretto sfilando veloce la mano, prima che la donna stessa richiudesse la borsa e si allontanasse dall’edicola. Aprì con noncuranza la sua borsa facendo finta di cercare qualcosa, infilando invece all’interno l’oggetto appena sottratto.
Poi, a passo svelto si allontanò dall’edicola.
Imboccò la scala mobile che portava ai piani inferiori e al binario della linea che doveva portarla a casa, mentre stringeva soddisfatta la sua borsetta dentro la quale sentiva il gonfiore del borsellino appena sottratto.
Nessuno avrebbe mai sospettato che fosse una cleptomane. E il suo aspetto così appariscente e ben curato la aiutava molto a camuffare questa sua mania. Fin da piccola aveva sempre sentito il desiderio di rubare, e aveva iniziato come tutti gli adolescenti a fare i primi furtarelli nei supermercati. Prendendo a volte dolciumi, a volte trucchi da donna. Più di una volta era uscita dai negozi con 3 o 4 paia di calze indossate tutte una sopra l’altra, e lo stesso accadeva quando doveva appropriarsi di biancheria intima. Si nascondeva sempre nei salottini di prova e lì indossava tutti i capi che aveva preso, allontanandosi poi come niente fosse e gettando le stampelle nel cestino. Solo una volta aveva corso il rischio di essere beccata. Era successo parecchi anni prima quando era ancora giovane e forse ancora inesperta a imprese di quel genere. Era stata la prima volta che aveva provato a rubare una cinta di pelle.
Era entrata nel supermercato la mattina presto, cominciando a dare un’occhiata in giro e dirigendosi verso il reparto di pelletteria. Quel giorno non aveva messo di proposito nessuna cinta proprio per poter indossare subito quella nuova. E così infatti aveva fatto. Era entrata in uno dei salottini di prova, aveva infilato la cinta ed era uscita. Ma all’uscita del camerino aveva avuto la sfortuna di incappare in un bambino che rimase a guardarla sorpreso per il fatto di averla vista entrare con una cinta ed uscire senza nulla in mano. Lei se ne accorse e prima che il bimbo potesse correre dalla madre a spifferare tutto, lo prese per un braccio e lo fulminò con uno sguardo che sicuramente il povero bimbo non avrebbe dimenticato per parecchio tempo.
“Prova a fiatare” gli disse sottovoce “e ti brucio tutti i capelli uno alla volta. Poi ti infilo gli aghi sotto le unghie e ti strappo via tutti i denti. Mi hai capito!!” concluse scuotendo il braccio del bimbo che rimase a fissarla incredulo di quello che aveva sentito. Con gli occhi sbarrati cominciò a retrocedere verso la sua mamma, incapace di dire una parola, mentre Audrie si allontanava soddisfatta e contenta per lo scampato pericolo.
Dall’espressione terrorizzata che aveva il bambino, era sicura che non avrebbe detto nulla di quello che aveva visto.
Fu quella l’unica volta in cui rischiò di essere scoperta. Tutte le altre volte erano andate più o meno lisce. E ogni volta che riusciva ad agguantare qualcosa in quel modo, sentiva un piacere interiore che non aveva nessun termine di paragone. Era una gioia, una soddisfazione che la gratificava a livelli inimmaginabili. E più rubava e più si sentiva appagata e felice di farlo.
Mai aveva pensato di rivolgersi a qualche centro per curarsi, perché avrebbero messo fine a quel suo godimento interiore a cui non aveva nessuna intenzione di rinunciare.
Era troppo forte. Troppo bello. Troppo eccitante.
Mentre scendeva la prima rampa di scale cominciò a sentire le vampate di calore che provenivano dai tunnel sotterranei della metropolitana, insieme con quel tipico odore di macchinari che si sente sempre nelle stazioni sotterranee di tutto il mondo. Fuori faceva un caldo infernale, ma lì sotto la situazione era decisamente peggiore. Ormai ci era abituata visto che erano anni che prendeva la metro per andare in ufficio, ma in quel momento, forse per l’eccitazione che provava nello stringere la borsetta contenente il suo trofeo, si sentì quasi soffocare.
Cominciò a mancarle l’aria, e i polmoni sembravano non riuscire a pompare ossigeno a sufficienza, facendola ansimare come un animale dopo una corsa disperata. Arrivò alla fine della prima rampa di scale mobili boccheggiando, in preda ad un giramento di testa che la costrinse a fermarsi e ad appoggiare la mano al muro per non cadere. Chiuse gli occhi per un attimo inspirando profondamente, anche se l’aria che entrava dalle narici sembrava avere un effetto tutt’altro che rinfrescante. Non riusciva a stare in piedi. Si sentiva improvvisamente stanca, affannata. Esausta.
Si appoggiò con le spalle alla parete respirando a fatica. E alla fine si dovette sedere su una delle panchine destinate ai passeggeri in attesa di prendere il treno.
Chiuse gli occhi strizzandoli forte, per far passare quella sensazione fastidiosa, e rimase così avvolta dal buio dietro le palpebre per qualche attimo. Fece qualche respiro profondo per riossigenarsi, e per isolarsi da tutto il resto. Forse si addormentò per qualche istante, ma subito si riprese, ridestandosi e riaprendo gli occhi, e lasciando che il suo sguardo si stampasse sul soffitto della stazione. La luce sembrò accecarla per qualche attimo, e mentre si riparava gli occhi con la mano destra, sollevò la sinistra per vedere che ora fosse al suo orologio da polso.
Ma l’orologio non c’era più.
Sgranò gli occhi incredula, rimanendo con lo sguardo ancora intorpidito sul polso nudo dove fino a poco prima c’era il suo orologio, quasi nuovo di zecca. Frutto anche quello di uno dei suoi giochetti che gli aveva fruttato un bel gruzzolo, con il quale aveva poi acquistato quello Swatch da 200 dollari.
Si stropicciò gli occhi con entrambe le mani, per cancellare quello stato di torpore che l’aveva costretta a sedersi, cercando anche di fare mente locale e di ricordare se forse lo aveva dimenticato in ufficio. Ripercorse mentalmente le cose che aveva fatto nell’arco della giornata, ma si ricordava bene di averlo controllato pochi minuti prima di uscire, proprio per rendersi conto dell’ora e per calcolare i tempi per arrivare in tempo alla stazione.
Quindi ce l’aveva quando era uscita dall’ufficio. E per forza di cose ce lo doveva avere anche quando era arrivata alla stazione.
Ma ora non l’aveva più.
Si sporse a guardare sotto la panchina su cui era seduta, per vedere se per caso si fosse sganciato e fosse caduto lì sotto. Ma non era neanche lì.
E fu proprio allora che le venne quasi da sorridere al pensiero che forse qualcuno aveva approfittato dell’attimo in cui aveva chiuso gli occhi per sfilarglielo dal polso.
“Sembra incredibile” mormorò tra sé. “vuoi vedere che me lo hanno rubato davvero? Proprio a me poi. Sembra davvero uno scherzo del destino.”
Ma scherzo o non scherzo, fatto era che l’orologio era sparito.
E a quel punto non sapeva neanche che ore fossero.
Si era appisolata solo per qualche attimo, o almeno così le era sembrato. Ma non avendo più l’orologio non sapeva quanto tempo fosse passato e che ora fosse. Decise comunque di non dare troppo peso al contrattempo. Ne avrebbe ricomprato un altro con il bottino di quella sera che era ancora nella sua borsa, e lo tastò con sollievo mentre si alzava. E poi tutto sommato, per sapere che ora fosse, bastava guardare uno dei tanti orologi che erano appesi lungo i binari della stazione.
Trovò strano però che nessuno si fosse accorto di una donna così attraente che se ne stava addormentata sulla panchina da sola, a quell’ora di sera, senza provare a svegliarla per sapere se stava bene o quanto meno accertarsi se aveva bisogno di aiuto.
“Poco male” pensò, “si vede proprio che la gente se ne frega di tutto. Sembra che ognuno sia pronto solo a passare sul cadavere dell’altro. E anche se vede qualcuno in difficoltà, preferisce voltarsi dall’altra parte e far finta di nulla. E’ un motivo in più per fare come faccio io. Almeno ogni tanto qualche soddisfazione riesco a togliermela alla faccia loro” concluse abbozzando un sorriso di scherno nei confronti della società.

(continua)

Tag: thriller

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2 Commenti

Benedetto Commento da Benedetto su 7 Luglio 2009 a 9:27
CIao Franca, come ti avevo promesso, rieccomi qui...a più tardi per la seconda parte....:-)

Ciao
Benedetto
Franca Commento da Franca su 6 Luglio 2009 a 13:45
Ben tornato, Benedetto. Il racconto è interessante: ladre contro ladre. Chi vincerà? Aspetto ansiosa le seconda puntata. Ciao e grazie. Franca.

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